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La storia si sviluppa per lustri in diversi episodi apparentemente scollegati, che solo recentemente ho organizzato in uno schema logico.
Comincio quindi da un punto qualsiasi, addirittura una dozzina di anni fa, un episodio che già indicava chiaramente la direzione da seguire, se solo all’epoca fossi stato più sveglio.
Trattasi di una lunga chiacchierata a puntate con Roberto Torlai, che aveva da poco sviluppato con l’ing. Mariani il Matching Load, uno scatolotto da mettere in parallelo con l’ingresso fono che ottimizzava l’interfacciamento fono-testina. Il marchingegno utilizzava resistenze e condensatori ed era costruito su misura per una testina specifica. Fra le varie cose, a un certo punto venne fuori la parola magica: “sweet spot”. Nel mettere a punto il Matching Load, il buon Torlai si era reso conto che variando progressivamente l’impedenza di carico per trovare quella giusta per “quella” testina, a un certo punto si trovava quel valore con cui tutto andava magicamente a posto, valore che magari si spostava di pochi ohm da quello considerato standard per quella determinata testina.
Insomma, la soluzione ce l’avevo già sotto il naso ma non ci feci caso, probabilmente distratto dal fatto che si trattava di un marchingegno non convenzionale di cui neanche conoscevo esattamente lo schema, e poi non dimentichiamo che si parlava di interfacciamento diretto con un ingresso MC attivo: usando i trasformatori di step-up, l’interfacciamento comporta problemi diversi.
C’era poi questa convinzione diffusa – basata poi su cosa, mi chiedo a posteriori – che i trasformatori di step-up fossero progettati per essere collegati ai canonici 47k ohm a distogliermi dagli esperimenti sull’impedenza di carico a valle dello step-up.

In realtà non c’è assolutamente niente di magico in questo valore, 47k è semplicemente quello che agli albori dell’alta fedeltà è diventato standard per gli ingressi MM (e anche qui ci sarebbe da discutere, ma lasciamo da parte le MM ché la faccenda è abbastanza ingarbugliata di suo).
Il problema di fondo, inutile nascondersi dietro un dito, è che per decenni siamo stati abituati a pensare all’accoppiamento testina-step-up come a qualcosa di magico, ci siamo riempiti la bocca di “trasformatore progettato su misura per la sua testina” senza sapere realmente cosa volesse dire; anche su queste pagine e a mia firma, prima di disseppellire fra le tante nozioni dimenticate la regola della trasformazione dell’impedenza vista dalla testina a monte, corrispondente alla resistenza fisica divisa per il quadrato del rapporto di trasformazione. Così, magicamente tutto andava a posto: gli step-up con rapporto 1:20 fanno vedere alla testina 117,5 ohm, valore vicino ai 100 ohm da molti costruttori considerato standard per gli ingressi MC attivi; con 1:10, per esempio con il Denon su misura per la DL-103, la testina vede 470 ohm, poco più dell’impedenza interna della DL-103 – 40 ohm – moltiplicata per 10; con 1:40, tipico trasformatore per testine con l’impedenza interna intorno a 2-3 ohm, la testina vede 29 ohm; tornano tutti i conti.
In realtà c’erano ancora delle incongruenze: per esempio, con le testine che richiedevano il rapporto 1:20 andava tutto liscio, mentre con quelle che richiedevano 1:40 mi rimaneva in un angolo di cervello il dubbio che fossero caricate un pelo di troppo (ovvero che vedessero una resistenza troppo bassa: carico alto = resistenza bassa, e viceversa); oppure c’era il mistero della EMT, o meglio dei fono EMT che nella versione a valvole utilizzavano trasformatori con rapporto 1:20, per passare a 1:10 nei fono a transistor, ma la testina era sempre la stessa; ma se pensiamo all’atteggiamento prossimo all’esoterismo in cui sguazzavamo fino al giorno prima, c’era poco da fare gli schizzinosi.
Errore fatale, soprattutto il secondo, non andare a vedere nel dettaglio lo schema dei fono EMT, e scoprire che era stato scelto un trasformatore con rapporto – e quindi guadagno – più basso per compensare il maggior guadagno dei transistor rispetto alle valvole, ma soprattutto che nella versione a transistor la resistenza a valle del trasformatore ha un valore di un quarto rispetto a quella da 47k montata sui fono a valvole: tutto torna (per i refrattari alla matematica: con 1:10 si divide per 10×10=100, con 1:20 si divide per 20×20=400), la testina continuava a vedere lo stesso carico. Errore doppio, se consideriamo che quando finalmente mi accorsi di questa caratteristica dei fono EMT ero concentrato su tutt’altro e, ancora una volta, non feci il collegamento con l’arte dell’interfacciamento fono-testina.
La prima incongruenza, i problemi con 1:40, mi ha invece portato in giro per anni, avanti e indietro come un minuetto; a posteriori direi troppo concentrato sullo step-up per vederla dal punto di vista della testina. La questione, che ho ampiamente dibattuto per anni, è che alcune testine da 2-3 ohm, non tutte, con i trasformatori con rapporto 1:40 non mi finivano di piacere, mi sembrava che mancasse come una rifinitura in gamma acutissima e, quasi impalpabile, un eccesso di controllo.
La soluzione momentanea, che comunque ci portava molto avanti, almeno espandendo la versatilità dello step-up di turno, nacque da un’osservazione peraltro pedestre: i 117,5 ohm visti da una testina da 5-6 ohm sono il doppio di quel rapporto 1:10 fra impedenza interna e impedenza di carico che indicherebbe la teoria; ci dev’essere sotto anche qualcos’altro. In ogni caso, applicando lo stesso ragionamento, appare evidente che l’impedenza di carico per le testine da 2-3 ohm dovrebbe essere raddoppiato.
Detta così sembra facile: in realtà non ci vuole niente per diminuire l’impedenza di carico, basta mettere altre resistenze in parallelo, ma per aumentarla bisogna intervenire all’interno del fono, ché all’epoca non esistevano stadi fono con la possibilità di selezionare una resistenza di carico superiore a 47k. Risolsi la questione ricattando Luke Manley per ottenere i 100k sullo stadio fono VTL che stavo acquistando. Per la cronaca, sull’ingresso MM posso selezionare 10k, 22k, 47k e 100k. Oltre ai VTL (i 100k sono stati introdotti nel nuovo fono entry level, e disponibili per il top di gamma TP6.5 richiedendo le mie specifiche) ho visto questa possibilità solo sul bellissimo fono Fosgate, ahinoi una tipica operazione commerciale da un colpo e via: finito il primo stock, è uscito di produzione; prossimamente ci sarebbe anche un fono artigianale italiano a valvole, Gabri’s Amps, che ho visto annunciato in rete con un interessantissimo prezzo di lancio, staremo a vedere.
Comunque, intervenire fisicamente sulla resistenza di carico può essere banalissimo, come su molti valvolari, o impensabile al di fuori di un laboratorio attrezzato per i componenti SMD, su questo c’è poco da fare.

Mi attendevano alcuni anni di pace relativa; con la possibilità di raddoppiare l’impedenza vista dalla testina si arriva a raddoppiare la versatilità di uno step-up, fatto salvo ovviamente di avere abbastanza guadagno per quella testina, se poi già parti con uno step-up dotato di 3 rapporti – 1:10, 1:20 e 1:40 – puoi essere certo di poter interfacciare qualsiasi testina.
Lunghi anni di tranquillità, finché all’improvviso ricevo una scossa dalla chiacchierata con Jonathan Carr (progettista Lyra) che ho raccontato su AR di dicembre 2017 nella prova dei cavi Lyra Phono Pipe; chiacchierata da cui viene fuori, dati alla mano, che la capacità del cavo di collegamento influenza l’interfacciamento resistivo, così che al variare della capacità varia l’impedenza ideale. Chi ha letto l’articolo ricorderà che sono andato a un palmo da una figura miserabile per il solito equivoco fra carico e impedenza di carico, ma il risultato fu scoprire che la regola di Carr funzionava solo per i collegamenti diretti testina-fono; in realtà, ragionandoci a mente fresca, non era certo una novità che i cavi fra trasformatori e ingresso MM troppo lunghi possono degradare il segnale, soprattutto in gamma acuta, ma un conto è saperlo e fare spallucce, come avevo fatto per anni, e un altro scoprire che con un cavo a bassissima capacità come il Lyra si ottiene lo stesso risultato di un cavo lungo un palmo. Ma effetti sulla ricerca dell’interfacciamento ideale pochi, anzi, paradossalmente, il risultato pratico – tornare al carico standard di 47k per le testine che usano i trasformatori con 1:40 – ebbe come un effetto normalizzatore, della serie: ma cosa vuoi andar cercando, avevi un’anomalia per un cavo che sarebbe meglio non ci fosse, e lo sapevi, ora l’hai risolta, va tutto bene.
In tutto questo, su un binario parallelo viaggiavano le elucubrazioni sul fono ideale, non certo sul circuito, che non sarei all’altezza, ma piuttosto sotto l’aspetto dell’interfaccia utente, dell’ergonomia. Insomma, non so come spiegare, al di là delle considerazioni sulla qualità, io uso uno degli stadi fono più versatili in commercio, non potrei fare altrimenti se voglio poter provare tutte le testine, ma… una persona normale? In realtà cambia poco per chi preferisca gli stadi MC attivi, ma paradossalmente proprio per un lettore con gusti simili ai miei, decisamente schierato a favore dei trasformatori, non solo basterebbe un fono solo MM; i controlli principali sono fisicamente posizionati dalle parti dell’ingresso, volendo potrebbero essere incorporati nello step-up, rimarrebbero fuori solo lo switch stereo-mono, a parte il raro selettore di equalizzazione con curve alternative alla RIAA (un altro barattolo di vermi che mi guardo bene dall’aprire); insomma, andrebbe benissimo un fono molto spartano.
Da questo a mettersi a disegnare frontalini per un ipotetico step-up superaccessoriato il passo è breve, quello lungo è metterlo in pratica. Non sono il tipo dell’autocostruttore, ma questo sarebbe il meno: il problema vero è la pigrizia, abilmente travestita da perfezionismo.
Doveva succedere qualcosa, ci voleva uno stimolo. Lo stimolo è arrivato con la recente prova dello step-up Erodion Evo prodotto da Lyra che ha battuto il mio venerabile Tango MCT-999; di pochissimo, ma la botta è arrivata, anche perché mi è parso subito chiaro che almeno una parte del margine a favore dell’Erodion era attribuibile all’assemblaggio; oltre al selettore di rapporto di trasformazione, che già introduce saldature e contatti in più, nell’Erodion c’è anche il cavo di uscita saldato direttamente all’uscita dei trasformatori, eliminando 2 connettori, un contatto e 2 saldature. Sembrano scemenze, ma con un segnale di livello basso come quello di una testina MC, contano anche loro, soprattutto se stai lottando testa a testa con un altro prodotto di livello simile.
Insomma, finalmente un motivo serio per darsi una mossa e affrontare il problema dello step-up inteso come una specie di control center ove effettuare le principali regolazioni di interfacciamento, uno step-up “grand complication”; insomma, nel mio caso, costruire uno châssis allo stato dell’arte per i miei Tango; più in generale, ricavare un modello applicabile, con eventuali varianti, su altri trasformatori. A questo punto si tratta solo di adescare Walter Gentilucci, per un lavoro decente sarà meglio ch’io mi astenga dalle saldature, con la speranza vana di tenerlo a freno nella deriva megalomane.

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