in HiFi Audio by Audioreview

«Dio ce l’ha dato e guai a chi lo tocca!»
Non ci riferiamo, nient’affatto, ad un qualunque simbolismo del potere temporale del sovrano, noi oltretutto così refrattari ad ogni simpatia monarchica.
Piuttosto il pensiero corre ad un blasone icona dell’alta-fedeltà, alle sue creazioni, al suo attuale uomo immagine o meglio, giacché una tale definizione, oggi tanto di moda, ci sembra francamente riduttiva, rimandando col pensiero a prezzolati VIP, sorridenti «testimonial» d’eccezione dell’uno o dell’altro prodotto. No, Ken Ishiwata è prima di tutto uomo «pensiero», e solo consequenzialmente, e marginalmente, «immagine», peraltro alquanto sfuggente, dell’attuale, felicissimo corso Marantz.

Artefice, a nostro modo di vedere, di primaria importanza nella rinascita, dopo il buio pesto di passate e scellerate gestioni, ha contribuito a ricostruire pezzo dopo pezzo credibilità e popolarità di un marchio la cui progressiva eclissi dai quartieri alti dell’hi-fi non poteva che costituire motivo di rabbia e rammarico per tutti quanti ne hanno seguito ed amato le gesta. Ken, con la calma e la saggezza d’un maestro zen, cui peraltro riesce facile l’accostamento viste e considerate le origini, i tratti somatici, la misura e l’avvedutezza delle dichiarazioni, non disgiunte dalla grande esperienza e competenza tecnica, ha riassemblato quei calcinacci del mito con la pazienza e la tenacia del restauratore che s’industria dinanzi alla grande opera deturpata, con il rispetto dell’allievo che ritenga ancora insuperati, e del tutto attuali, alcuni dei capolavori – vedi le repliche del Model 9, del Model 8B e del Model 7 – del maestro – il vecchio Saul – e quindi meritevoli d’essere «divulgati» alle nuove generazioni che di quell’àge d’or posseggono solo sbiaditi rimandi della tradizione orale.

Vedete quanto sia facile, argomentando su Marantz, e su Ken Ishiwata, scivolare nel panegirico rimanendo intrappolati proprio in quanto volevamo ad ogni costo evitare. E una trappola che tuttavia funziona benissimo, un meccanismo perfetto come il più perfetto degli orologi svizzeri, che scatta puntualmente, propulso dalla stessa efficacia delle soluzioni adottate, irreprensibili a prescindere dal livello di collocazione economica su cui si posino le attenzioni e le cure degli sviluppatori Marantz. Eppure, specie nel caso di chi sta vergando queste note, lo spontaneo disincanto, coniugato ai molti e recenti incontri con apparecchiature del marchio che fu dell’indimenticabile Saul, dovrebbe smorzare il rinnovarsi della meraviglia e delle iperboli. Ogni volta ci ripromettiamo d’osservare un contegno più austero, un atteggiamento più pedante che in precedenza, e puntualmente dobbiamo smentirci dinanzi ai piccoli «miracoli» domestici, spesso anche a buono e buonissimo mercato, che Ishiwata ed i suoi si dimostrano capaci di reiterare con tanta assiduita.

Prendete, ovviamente non a caso, la nicchia dei giradischi digitali: forse è proprio da questa categoria merceologica che ha preso le mosse la riscossa d’un
marchio sull’orlo del dimenticatoio – chi ricorda il CD-94: forse il primo CDplayer «audiophile»? -: niente clamori, innovazioni dell’ultim’ora, orge di digital processing, potenze di calcolo da far sbiancare i più avanzati personal computer. Niente, nulla, sebbene quello del digitale sia il terreno più fertile per proclami ed esercitazioni tecnologiche, Marantz ed il suo alter ego Ishiwata continuano a progettare i loro gira-CD, dall’entry-level fino al top di gamma, col
fermo intento di addomesticare la colossale potenza della grande madre Philips al servizio del saggio, per certi versi magico, arrangiamento degli innumerevoli parametri che segna lo spartiacque tra le macchine nate per la funzione primaria della riproduzione musicale e quelle che concepiscono quest’ultima come necessaria conseguenza dell’esasperazione tecnologica.

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